Il Piceno si colora d’Arancio

“Conosci tu la terra dove fioriscono i limoni?

Dove tra le scure foglie splende l’arancia d’oro

 e un dolce vento.

Spira già dal cielo azzurro e il mirto

silenzioso con l’alloro sta?

Dimmi tu la conosci?

Laggiù, laggiù.”[1]

J.W.Goethe.

 

“Bisogna conoscere il passato per comprendere il presente”. Si dice così, no?! Con questo spirito ci siamo recati a Cupra Marittima per incontrare uno dei due autori del libro “Giardini d’aranci sull’ Adriatico” Germano Vitelli. Una pubblicazione che ci ha svelato lo stretto legame tra la nostra Grottammare e la coltivazione dell’arancio. Ospitati nel laboratorio dell’ Archeoclub, accolti dal presidente Vermiglio Ricci, importante e prezioso conoscitore della storia locale e coordinatore del libro, abbiamo iniziato la nostra intervista. Un libro molto dettagliato e ricco di nozioni di botanica, di storia e di arte che ci presenta Grottammare come uno dei luoghi più belli, terra di giardini d’ arancio. Un lavoro di ricerca durato dodici anni, tra le diverse fonti storiche per ricostruire un passato capace di orientare lo sguardo su nuove proposte economiche e culturali.

Il libro “Giardini d’aranci sull’Adriatico” scritto a quattro mani vede una precisa finalità: sensibilizzare la comunità marchigiana, alla coltura e cultura dell’arancio, quasi dimenticata.

La prima parte del libro è a cura dell’agronomo Aurelio Manzi che descrive per noi le origini e la storia degli agrumi dell’Adriatico, le tecniche di coltivazione e l’impatto che essa ha avuto sul nostro territorio. Nella seconda parte, lo storico dell’arte Germano Vitelli, evidenzia come la coltivazione degli agrumi si intrecci con i valori simbolici della nostra cultura storico-artistica. Il nostro agronomo racconta le origini degli agrumi: nome usato in Italia per indicare le diverse specie del genere Citrus: cedri, limoni, limette, aranci, pomeli, pompelmi, bergamotti, mandarini, chinotti, clementine e mapo. Tra questi la prima specie ad essere conosciuta nel bacino del Mediterraneo, fu il Cedro, proveniente dall’India e diffuso nella cultura ebraica per la sua valenza religiosa. Nelle Marche le prime notizie relative alla coltivazione del cedro sono datate intorno al XIV secolo.

Il Citrus aurantium, l’arancio amaro fu introdotto in Occidente dagli Arabi, sia in Spagna sia in Sicilia, impiantati negli edifici per il loro valore estetico. Sappiamo da un manoscritto del ‘500, che la coltivazione dell’arancio fu introdotta a Grottammare da marinai siciliani e che la coltivazione di questo frutto si praticasse già nella  metà del Trecento. L’arancio dolce, invece, oggi il più diffuso, fu importato dai Portoghesi e diffusosi nel litorale piceno dal 1700. L’arancio amaro, dal sapore più aspro si adatta meglio alle condizioni climatiche del versante Adriatico, dove il clima è più rigido e secco rispetto alle zone tirreniche. Nel corso delle varie annate però, si sono registrati inverni più rigidi, perciò con il susseguirsi del tempo si sono ideate delle strutture architettoniche:le aranciere, con terrazze e muraglioni per difendere le piante dai venti e dalle basse temperature, queste nei periodi di guerra, difendevano le coltivazioni dalle razzie dei soldati di passaggio. Inoltre le aranciere erano dotate di torrette, dove venivano allevati i piccioni per la produzione di fertilizzante naturale,  e di sistemi idrici capaci di canalizzare tutto l’anno, l’acqua per le piante.

Attualmente le aranciere che si sono meglio conservate sono: l’aranciera Bacher, realizzata alla fine del ‘700 a Grottammare e la grande aranciera del Crocifisso nella zona di Massignano.

Aranciera Bacher: Grottammare 18/12/2016
Ipotesi ricostruttiva del Giardino del Crocefisso di Massignano  (disegno di Lorenzo Quintili).

La coltura dell’arancio è stata nel tempo abbandonata dopo gelate molto intense e dopo che l’arancia dolce, proveniente dalle zone tirreniche e meridionali, grazie alla costruzione della ferrovia, ha visto una grande diffusione e un maggiore apprezzamento sul mercato.

L’arancia non era soltanto un buon frutto da vendere: la sua pianta da sempre abbelliva i giardini delle ville, donava bellezza al paesaggio intero.

Particolare della limonaia di Villa Sgariglia a Grottammare, dove si possono vedere alcune tipologie di vasi per agrumi.

In ambito storico-letterario, il nostro Germano Vitelli descrive il valore simbolico del frutto. Andando a ritroso nella storia, si riscontra probabilmente un errore nella traduzione dei testi sacri: il frutto proibito, la mela, potrebbe essere stato confuso con l’arancia. Questa erronea traduzione è il risultato di una confusione linguistica: in greco antico infatti il termine “melon” letteralmente significava “frutto rotondo”, perciò non è stata fatta distinzione tra i due frutti ed è probabile che si intendesse l’arancia e non la mela. Così scrive il nostro: “La sovrapposizione con il melo deriva dal termine latino malum, il cui ulteriore significato, oltre che ‘pomo’ e ‘melo’ è ‘male’; e siccome alla pianta non specificata della tentazione se ne può associare una il cui nome corrisponde al male provocato, il melo per l’appunto, la deduzione di alcuni Padri della Chiesa venne consequenziale”.

Uno dei primi racconti mitici sugli aranci si svolge nel Giardino delle Esperidi, quando Zeus ed Era, uniti in matrimonio, ricevono in dono da Gea, dea della Terra, i pomi d’oro, fonte di eterna giovinezza e di immortalità. Era li trova così belli che li fa piantare nel giardino degli dei, divengono così simbolo di fecondità. In diverse culture i fiori d’arancio con la loro fragranza avvolgente, accompagnano la sposa e la loro coltura non è un semplice “terreno”, ma uno splendido giardino, simile a quello degli dei. Il poeta greco Esiodo nella Teogonia, dove narra dell’origine del mondo e degli dei, così scrive:“Le Esperidi che, al di là dell’inclito Oceano, dei pomi aurei e belli hanno cura, e degli alberi che il frutto ne portano”. Possiamo ritrovare altri miti famosi nella cultura classica, come il “pomo della discordia” conteso tra le dee più belle, e il mito narrato nelle fatiche di Ercole, il quale ricevuti i frutti preziosi li dona ad Atena.

Nella pittura, alla tradizionale rappresentazione cristiana del melo si affiancano numerose eccezioni nelle quali il giardino dell’Eden è un giardino d’aranci.

Giovanni di Paolo, Creazione del mondo e Cacciata dal Paradiso terrestre (particolare della predella, 1445, New York, Metropolitan Museum)

La simbologia degli agrumi non è circoscritta alla tradizione cristiana del Peccato Originale; è vasta e varia nei diversi periodi storici: con il suo colore arancione può alludere alla maternità, o divenire il simbolo solare, può rappresentare i peccati di gola o essere il simbolo di bellezza. I fiori e i suoi frutti fanno riferimento all’amore eterno.

Molte opere locali documentano la presenza dei giardini d’aranci lungo il litorale adriatico. A Grottammare troviamo affreschi nella Chiesa di San Giovanni e uno dei villini più caratteristici, il Villino Matricardi, presenta decorazioni con fiori e piante d’arancio ad opera dell’artista Adolfo De Carolis.

Ed è proprio Grottammare uno dei comuni del litorale piceno, che più evidenziano lo stretto legame con l’arancio. Ad evidenziarlo chiaramente è il suo stemma che rappresenta una torre sormontata da una corona e contornato sulla destra da un ramo di quercia e sulla sinistra da un ramo di alloro, su sfondo azzurro una collina e due aranci. Anche la denominazione del suo teatro, “Teatro dell’Arancio” ce lo sottolinea: il suo nome deriva dalla rigogliosa pianta che era collocata al centro della piazza antistante. E’ uno dei settantatre teatri storici presenti nelle Marche, sedici dei quali si trovano nella provincia di Ascoli Piceno.

Infine, uno dei riconoscimenti più rinomati del comune di Grottammare è l’ “Arancia D’Oro”, il premio alla carriera che il Festival nazionale dell’umorismo “Cabaret amoremio!” riservata ai grandi artisti nazionali che hanno contribuito a rendere grande la storia cinematografica, teatrale e musicale italiana.

Dopo questo studio e aver incontrato i fautori del libro, siamo giunti alla conclusione che quest’ultimo non è solo una raccolta di documenti per comprendere il passato, ma anche un valido espediente da cui trarre ispirazione per attuare dei progetti futuri, che abbiano un risvolto pratico nell’ impatto con il territorio. In questi mesi, infatti, dopo la sua  pubblicazione, hanno avuto luogo molti convegni e da pochi giorni al Comune di Grottammare, sei comuni hanno firmato un protocollo d’intesa per la valorizzazione e promozione dell’arancio.

Dedica dell’autore Germano Vitelli

[1] Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister 1795. Goethe nel romanzo di formazione descrive l’incontro di Wilhelm con Mignon, ragazzina di strada di origini italiane, la quale con nostalgia così inizia il ricordo del suo Paese.Gli autori del nostro libro scelgono di iniziare con questo canto.

 

di Martina Chiappini ed Edoardo Ciriaci

 

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