Vi raccontiamo il Belvedere del Piceno

“La veduta non può essere più bella e gli abitanti più industriosi, e perché vedono molto hanno imparato a superar la natura” (Mons.Rinuccini 1633)

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Il comune di Ripatransone sorge su un alto massiccio collinare compreso tra il torrente Menocchia e il fiume Tesino; la maggiore elevazione è di 494 metri e si misura sul colle del Belvedere, ai piedi dell’antica torre della chiesa francescana di Santa Maria Magna, chiamata dal popolo di ‘San Francesco’, oggi trasformata in asilo d’infanzia e collegio femminile.

Mappa di Ripatransone

L’altopiano su cui è edificata la posiziona naturalmente in modo strategico: fu detta infatti in età medievale Propugnaculum Piceni. Dal IX secolo è circondata da mura, più volte restaurate fino al XVI secolo. Attualmente la superficie su cui si estende è di poco più di 7.000 ettari, ma nel Medioevo era molto più vasta; oggi conta circa 5 000 abitanti. Oltre ad essere sul rilievo più alto della zona e ben difesa da mura e torrioni, Ripatransone ha anche una grossa zona calanchina che la rendeva quasi intattaccabile dai nemici dal passato. Abitata fin dai tempi della preistoria, fu la “Cuprae Mons” dei Cuprensi e appartenne all’Ager Cuprensis in epoca romana. 20170117_124250Probabilmente, l’attuale nucleo abitativo deve il nome all’antica famiglia dei Transone, di origine Franca, che nel IX secolo riunì su questa collina i quattro piccoli castelli della zona (Monte Antico, Capodimonte, Roflano e Agello). I quattro castelli furono unificati ufficialmente nel 1096 per volere del vescovo fermano Ugo (o Ulcaldino). Nella prima metà del IX sulla costa marchigiana si abbatté un’ondata di assalti saraceni agli ordini dell’ammiraglio al-Sabah, e gli abitanti del Cuprae Mons furono chiamati a respingerli. Il castello sopportò le incursioni con profonde devastazioni e presto con l’aiuto dei Franchi venne ricostruito. Sul finire del XII secolo, le terre marchigiane si trovarono nel mezzo delle contese tra il Papa e l’imperatore EnricoVI, che per mano crudele del suo siniscalco Marcoaldo, espugnò e distrusse il castello dopo una lunga resistenza dei ripani. Ben presto l’esercito della Chiesa riuscì a estromettere Marcoaldo e Ripatransone potè provvedere alla sua ricostruzione con fortificazioni ancora più solide: il nuovo castello assunse la denominazione di Ripatransone.dsc_1957La comunità ripana aveva già da tempo la sua identità, così chiese ed ottenne l’autonomia da Fermo, divenendo un comune libero nel 1205. Nel 1225 altri attacchi, questa volta per mano degli Offidani alleati con il vescovo di Fermo e Acquaviva, ma il castello resistette e costrinse il nemico alla ritirata. Ripatransone divenne sempre più importante tanto che nel 1571 fu elevata da Papa Pio V a città vescovile.

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Lo stemma ripano consiste in uno scudo che raffigura un leone d’argento passante con un giglio d’oro nella zampa anteriore destra, su cinque colli in fondo rosso. Lo stemma è sormontato dalla corona di Città e circondato da fronde d’alloro, una delle quali a volte sostituita da un ramo di quercia. I colli rappresentano le cinque tradizionali alture della città: Belvedere, Monte Antico, Capodimonte, Roflano e Agello.

Oggi potremmo ripercorre la sua storia guardando alla sua ricca architettura e sorprendente struttura urbanistica: l’aspetto rimane medievale con edifici rinascimentali o barocchi e non mancano palazzi nobiliari di epoca settecentesca e di tardo ottocento come ad esempio il Teatro storico “Luigi Mercantini”. dsc_1941Potremmo  approfondire visitando le diverse strutture museali come l’archivio storico, la Biblioteca, la Pinacoteca e la gipsoteca Uno Gera, il museo del Risorgimento e il museo etnografico. Potremmo visitare il Museo Civico Archeologico, voluto dai cittadini stessi. Ripatransone è dunque città d’arte e vive di turismo, di mobilifici e d’agricoltura, emergendo nella produzione dell’olio e del vino. Il suo terreno circostante è fertile, adatto a tutte le coltivazioni della campagna mediterranea e in particolare all’olivo e alla vite. Tipici delle colline ripane, e marchigiane in genere, sono i calanchi, gli ampi solchi formati dall’erosione pluviale che conferiscono un aspetto lunare al paesaggio. Fra le specialità della cucina ripana si possono ricordare i cuccëlú, ovvero le chiocciole, e il ciavarro, tipico minestrone piceno di legumi vari, affine alle virtù abruzzesi e all’imbrecciata umbra.

“…e perché vedono molto hanno imparato a superar la natura” sarà forse per la veduta che offre, come ci suggerisce l’arcivescovo Rinuccini nel suo “Cappuccin Scozzese”, che Ripatransone ha dato i natali a numerosi personaggi illustri come Giovanni da Ripatransone filosofo della prima metà del XIV secolo; Ascanio Condivi artista letterato, allievo e biografo di Michelangelo Buonarroti; G.Cellini, capo dell’insurrezione antifrancese del 1799, Luigi Mercantini poeta e letterato risorgimentale; Emidio Consorti, fondatore della scuola manuale educativo; Adolfo Cellini, teologo, esegeta e letterato, Ivo Illuminati, regista del teatro muto; Uno Gera, magistrato, scultore e filantropo; Aldo Gabrielli scrittore per l’infanzia e glottologo; Giuseppe Canali pittore; Luciani Neroni cantante lirico; Ildebrando Malavolta, valoroso pilota della Seconda Guerra Mondiale. Infine leggende narrano di valorose eroine ripane. La martire Virginia che preferì la morte, per opera di suo padre piuttosto che subire le scelleratezze dei soldati mercenari spagnoli entrati con inganno nel castello di Ripatransone nel 1515. A ricordare la virtù della giovane donna il sipario del teatro comunale “Luigi Mercantini”. Poi nuove orde di spagnoli e la storia di Donna Bianca de Tharolis-Benviganti che mostrò il suo valoroso coraggio inseguendo sul suo destriero il nemico uccidendolo. A lei è dedicata la bella piazza della città.

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Il teatro del paese è il Teatro Luigi Mercantini“, segue la tradizione dei teatri storici delle Marche, inizialmente chiamato “Del Leone”. La sua realizzazione risale alla fine del XVIII secolo e viene inaugurato il 16 Settembre 1790. È costruito all’interno del Palazzo del Podestà, edificio trecentesco con forme romano-gotiche e con un elegante portico a sette archi, al tempo sede del Commissario e del Governatore, in cui si trovava un’ampia sala trecentesca. La comunità desiderava un teatro: per i nobili rappresentava un modo per mostrare il loro prestigio, mentre per i giovani un’occasione per incontrarsi. La costruzione del teatro fu progettata dall’architetto Pietro Maggi e i lavori furono seguiti dall’ingegnere milanese Magistretti, allora insegnante nel Liceo di Fermo. Il teatro si compone della platea e di tre ordini di palchi. morenofarinastudio_restauroteatromercantini_foto_interni_06Le decorazioni sono in stile neoclassico e neosettecentesco; nei due medaglioni centrali della volta sono raffigurati amorini con cesto di fiori in una cornice a lambrecchini pendenti con fiocchi. Nei sei medaglioni laterali si possono vedere i profili di tre musicisti (Bellini, Rossini e Verdi) e di tre autori di teatro (Alfieri, Goldoni e Metastasio), realizzati in finto bronzo e finto marmo. Nei parapetti del secondo ordine di palchetti si alterna la raffigurazione di due coppie di trombe al centro una lira e due cigni ai lati, a quella di mascherone con due trombe e foglie di acanto.

morenofarinastudio_restauroteatromercantini_foto_interni_11Nei parapetti del terzo ordine di palchetti si alternano due decorazioni floreali: una con una rosa e l’altra con un rosone, e da entrambi partono palmette e foglie di acanto. Sul parapetto del palco centrale del medesimo ordine è dipinta la siringa di Pan insieme ad un altro strumento a fiato, legati insieme ad un nastro bianco e circondati da foglie di quercia. Sul parapetto del palco delle Autorità è riportato lo stemma comunale con il leone su cinque colli.

Luigi Mercantini (1821 – 1872) Fu letterato, patriota, professore universitario. I suoi versi e i suoi canti sono i più noti e significativi della lirica patriottica; una delle poesie più conosciute è “la Spigolatrice di Sapri”.Il poeta adotta il punto di vista di una lavoratrice dei campi, intenta alla spigolatura e presente allo sbarco, che incontra Pisacane e se ne invaghisce; la donna parteggia per i trecento, ma assiste impotente al loro massacro da parte delle truppe borboniche.

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Tra i tanti palazzi importanti, pregevoli chiese ed agguerrite mura, Ripatransone si pregia anche di una curiosità: il vicolo più stretto d’Italia. Collega due antiche vie su livelli diversi del rilievo cittadino ed è veramente stretto: all’imboccatura è di 43 cm mentre, nella parte meridiana, si restringe fino a 38 cm. Nonostante il poco spazio è possibile attraversare agevolmente il passaggio, che in quanto “vicolo” possiede i requisiti che lo definiscono tale: è pavimentato, è percorribile e conta una finestra su una delle due pareti che lo abbracciano.

dsc_1969La Porta di Monte Antico: un antico ingresso in città dalla direzione di Grottammare, questa è una delle diverse porte fortificate che garantiva sicurezza agli abitanti. Deve il suo nome ad uno dei quattro piccoli castelli fondatori e si trova sullo spigolo sud-ovest del borgo. Da qui si può godere di un’ampia visuale sulla Valle Tesino e sui monti del piceno.
cavallo_50-08Il Cavallo di fuoco è una rievocazione storica che si tiene ogni anno a Ripatransone , nel giorno dell’Ottava di Pasqua. Consiste in uno spettacolo pirotecnico d’effetto e, per i cittadini, a forte coinvolgimento emotivo. Esso richiama in media varie migliaia di spettatori: ripani e turisti provenienti anche da regioni lontane. La tradizione fa risalire le origini del Cavallo al 10 maggio 1682, giorno della solenne incoronazione del simulacro della Vergine. Fu un artificiere di Atri, chiamato per l’occasione, a improvvisare per primo lo spettacolo. Egli “cavalcò un cavallo, che era tutto ripieno di fuochi artificiali, con il quale girò più volte la piazza buttando sempre raggi ed altre bizzarrie”. Il fatto tanto entusiasmò i ripani che essi presero a rievocarlo annualmente. Sulle prime continuarono a servirsi di un animale vivo; successivamente l’animale fu sostituito con una sagoma. In origine essa era di legno, e fino al 1932 veniva portata in spalla dal più robusto dei cittadini. In seguito si reputò più conveniente dotarlo di ruote e timone e farlo trainare da volontari dotati di vesti e accessori di protezione. Nel 1994 un nuovo Cavallo in lamiera di ferro, costruito sul modello del precedente, ha preso il posto del feticcio di legno. La celebrazione de il Cavallo di fuoco si inserisce oggi come manifestazione civile. Nonostante ciò, rimane una festa essenzialmente religiosa, al punto che la sua organizzazione è demandata alla confraternita del Duomo, intitolata alla Madonna di San Giovanni. In tempi recenti è anzi invalsa l’usanza di far benedire il Cavallo dal vescovo diocesano, sul sagrato della Cattedrale, subito dopo la principale celebrazione eucaristica. Intorno alle ore 21 il Cavallo viene prelevato e condotto attraverso la circonvallazione panoramica della città. Incontra il corpo bandistico “Città di Ripatransone”, proveniente da piazza Condivi al suono della tradizionale Marcia n. 23 e attraversa il lungo corso Vittorio Emanuele, arrivando nelle piazze Matteotti e Condivi di fronte al Duomo. Poco dopo viene soppressa la pubblica illuminazione e si aziona il meccanismo dei fuochi artificiali. Il Cavallo, imbottito di petardi, compie allora diverse tornate lanciando fiamme da tutte le parti. I fuochi più spettacolari vengono esplosi in aria, ma nello spirito della manifestazione il Cavallo deve soprattutto “minacciare” la gente accalcata, disperdendola in ogni direzione. I fuochi d’artificio si distinguono per aspetto e funzione, e possiedono quindi tipici nomi popolari. Si ricordano ad esempio i “baffi”, scintille che piovono sulla folla alternativamente dai due fianchi, a sorpresa, e la “girella” (impropriamente “girandola”), corona di petardi che rotea dalla testa del finto animale e conclude le proprie evoluzioni nel cielo.  Lo spettacolo ha una durata complessiva generalmente breve (fra i 20 e i 30 minuti). Una volta concluso, gli addetti riaccompagnano il Cavallo alla sua rimessa, dove esso attende fino all’anno seguente.

Il Puzzle Gastronomico è una manifestazione culinaria estiva nata con lo scopo di valorizzare il territorio ripano con le sue tipicità gastronomiche preparate dalle abili mani di “improvvisati” cuochi, e maggiormente quello di dare la possibilità a tutti di intervenire, certi che avrebbero trovato almeno una specialità di proprio gradimento. Ogni angolo, tra i più caratteristici di Ripa, veniva valorizzato, dando modo ad ognuno di “mangiandando”.. per il paese gustando le varie prelibatezze, bevendo vino di produzione locale e ammirando la straordinaria bellezza di Ripatransone. Fu così che 30 anni fa, il 2 Maggio 1986 alle ore 02.15 fu partorito il Primo Puzzle Gastronomico, arricchito dal primo manifesto di un importante amico artista, Furio Cardarelli, purtroppo scomparso. Furono sei i primi valorosi cucinieri che aprirono cantine e porte di casa dando così a tutti la possibilità di mangiare e di interagire con le famiglie stesse seduti su tavoli disposti lungo il corso principale, chiuso al traffico per tale evento. Da quella prima edizione, che fu archiviata come un enorme successo sia da parte dei cucinieri artefici sia per tutte le persone intervenute, si è passati dai 6 stands iniziali agli attuali 47.

di Capriotti Giulia, Piergallini Sara, Vespasiani Elisa

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Un commento su “Vi raccontiamo il Belvedere del Piceno

  1. fran sisco il said:

    i think that is very cooooooooooooooooooooollllllllll yaaaaaaaaassssssssssss

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